Negli ultimi anni il mondo del volontariato è cambiato. Non esiste più un solo modello di partecipazione, ma tanti modi diversi di donare il proprio tempo. Ci sono i volontari storici, quelli che si attivano una volta l’anno, chi cerca esperienze formative, chi vuole mettersi in gioco per un periodo limitato. Questo pluralismo è una ricchezza, ma per le organizzazioni può diventare spiazzante.
Per gestire questa complessità è nato il concetto di peopleraising: la capacità di cercare, accogliere, valorizzare e fidelizzare i volontari con lo stesso metodo con cui si lavora con i donatori di denaro. I volontari sono, a tutti gli effetti, donatori di tempo. E come ogni dono, anche il loro va coltivato, rispettato e rilanciato.
Perché parliamo di people-raising
Il termine nasce per sottolineare un aspetto che importante tenere a mente: il fundraising non riguarda solo i soldi. Senza persone non c’è raccolta fondi, non ci sono servizi, non c’è missione che regga. Il peopleraising è il fratello gemello del fundraising: mentre il primo si occupa di attivare donatori di denaro, il secondo si concentra sui donatori di tempo.
Perché il peopleraising è la risposta ai cambiamenti
Molti enti faticano ad adattarsi a un volontariato che non è più “a vita”. Si lamentano: “i giovani non si fermano”, “siamo sempre noi a fare tutto”, “nessuno ha più voglia di impegnarsi”. In realtà le persone hanno voglia di donarsi, ma con modalità nuove. Cercano flessibilità, senso, esperienze che li arricchiscano. Se un ente non è in grado di offrire questo, i volontari se ne vanno. Il peopleraising è la risposta perché fornisce un metodo per leggere queste motivazioni e organizzare proposte adatte a persone diverse.
Come iniziare a strutturare un metodo di peopleraising
Un buon programma di peopleraising parte da cinque passaggi chiave. Si tratta di pratiche concrete che ogni ente può adottare per trasformare i volontari in una risorsa stabile e motivata.
Se dopo averli letti tutti vuoi fare un passaggio in più, puoi scaricare gratuitamente lo schema completo per la cura e la gestione volontari.
1. Chiedere
Molti enti aspettano che i volontari arrivino da soli, ma non funziona più così. Le persone hanno mille opportunità tra cui scegliere e non sanno, da sole, dove serva una mano. Per questo bisogna chiedere: campagne di ricerca mirate, inviti chiari e pubblici, descrizioni precise delle attività.
Dire “ci serve qualcuno per fare tutto” non motiva nessuno; dire “stiamo cercando una persona che ci aiuti a gestire i social due ore a settimana” rende la proposta concreta e attraente.
2. Accogliere
Il primo incontro è decisivo. Una sede accogliente, un colloquio fatto non solo per “assegnare compiti”, ma per capire le motivazioni della persona. Un volontario che si sente visto e ascoltato all’inizio avrà più probabilità di restare. Accogliere significa anche avere un percorso di inserimento: spiegare come funziona l’organizzazione, chi sono i beneficiari, quali sono i valori. È il momento in cui si trasmette cultura organizzativa.
3. Formare e accompagnare
Non basta dire a un volontario cosa deve fare. Occorre dargli strumenti, competenze e accompagnarlo passo dopo passo. La formazione non è un lusso, ma un gesto di rispetto: investiamo sul suo tempo e sulla sua crescita. Allo stesso tempo serve un coordinamento: qualcuno che segua, risponda alle domande, restituisca feedback. Un volontario lasciato solo si demotiva; un volontario seguito si sente parte di un gruppo.
4. Riconoscere e rilanciare
Il ringraziamento è il primo passo, ma non basta. Restituire significa far vedere ai volontari l’impatto del loro tempo: storie, numeri, risultati raggiunti. Celebrare significa festeggiare insieme i traguardi. Rilanciare vuol dire offrire nuove opportunità: una responsabilità in più, un ruolo di coordinamento, la possibilità di partecipare a un evento di formazione. Così si costruisce fidelizzazione: il volontario sente che il suo percorso non è fermo, ma in crescita.
5. Differenziare
Non tutti i volontari sono uguali, e non tutti cercano lo stesso tipo di impegno. C’è chi preferisce un impegno spot di poche ore, chi desidera un ruolo continuativo, chi ha competenze professionali da mettere a disposizione. Il peopleraising funziona se sa proporre esperienze diverse a persone diverse. Uniformare tutto porta alla frustrazione; differenziare è segno di rispetto per le persone e di intelligenza organizzativa. Un ente che sa diversificare le proposte sarà percepito come aperto, inclusivo e capace di valorizzare ogni contributo.
Qui entra in gioco l’esperienza
Come per il fundraising, anche il peopleraising è semplice da spiegare, ma difficile da applicare. Servono metodo, costanza e la capacità di leggere le persone. E qui l’esperienza fa la differenza: chi da anni accompagna enti non profit in questo percorso conosce gli errori più frequenti e i modi per evitarli.
Farsi affiancare in questi primi passi significa non solo reclutare più volontari, ma anche valorizzarli meglio. Un volontario ben accolto e seguito diventa il primo ambasciatore dell’organizzazione, e spesso anche un futuro donatore.
Un team esperto e appassionato che unisce consulenza e formazione per far crescere la raccolta fondi delle organizzazioni nonprofit
- Strategia e piano di raccolta fondi
- Avvio ufficio raccolta fondi
- Crowdfunding e personal fundraising
- Ricerca bandi e premi
Profilo